SENTIMENTO DEL CAMPO
Prefazione dell'Avv. G. Cappelletti
Editore Vicentino compagno di prigionia

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Cerco le condizioni ideali per rivivere per un attimo la vita, o forse meglio per riprovare il sentimento del campo. Non certo nostalgia, ma un tantino, forse, di curiosità o meglio, amor di contrasto in questo momento in cui son tutto preso dalla febbre di agire dopo aver per due anni, non dico oziato, ma stagnato così come stagnava l'acqua nelle pozzanghere del lager.
Sono solo, non ho d'accanto familiari od amici, è silenzio attorno a me: quella quiete assoluta che abbiamo tante volte agognata quando era un sogno. Ora mi mette quasi un brivido di desolazione, ma il ricordo mi trasferisce d'incanto in un mondo popolato e strano i cui esseri sembrano a volta a volta le larve di un alveare operoso oppure gli spettri di una tragedia inverosimile.

Sento vivo desiderio di prender contatto con quegli esseri nei quali stento a riconoscermi, e coi loro rossi strumenti. Li vedo intenti alle opere più naturali della vita con una serietà degna degli atti più solenni, gelosi delle piccole cose, che neppure un bimbo povero vorrebbe per giuoco, come di tesori, avidi di una notizia come un boccone, immersi taluni in un ozio che pare rituale, altri irrequieti come per un'ansia incontenibile.
Tendo le orecchie e mi par di sentire i discorsi: prima quelli detti a voce più alta, anzi i più a voce altissima, che tenta di soverchiare altre non minori. Dovrebbe essere una discussione, ma ne esce una zuffa incomposta di toni, di aggettivi, di accuse, di sentenze, da cui però rilevo quanto basta per capire che è il tema di ogni giorno, quello che fu inciso a sangue nei nostri corpi stanchi.

Finalmente quando tacciono le voci acute, le parole forti, le imprecazioni violente, ecco un sussurro di altre voci che tessono nel fantastico paese la trama di un velo pietoso.
Giacciono i corpi, seppure non riposano ancora, e paiono, adagiati come sono nei diversi piani dei "castelli" fila di morti nei loro colombari; di tanto in tanto una fiammella arde acuta, debole segno di superstite vita.
E' l'ora delle confidenze: nell'ombra appena segnata il volto del compagno è più simile al tuo di quello che non lo sian i volti di due fratelli. E fraternamente si aprono cuori di uomini fatti duri nella guerra, aridi per la loro lontananza, aspri per la reclusione. Si aprono e trovano parole umane, ricordi innocenti, echi di antiche preghiere, motivi di speranze nuove. Finchè il sonno spegne ad una ad una  le voci ed i lucignoli tremolanti.

In questa nostra vita recente e lontana ci riportano col ricordo le tavole di Tomadini, con l'onestà semplice e pudica di chi l'ha vissuta e non vuole ingombrarne il ricordo di retorica. Per me, questo album, nato nei campi, assume il valore di un diario: del diario che non ho scritto: che l'inerzia la debolezza l'ansia l'irrequietezza non mi hanno lasciato scrivere come forse avrei desiderato.
Non l'ho scritto materialmente, sulla carta, ma s'è inciso lo stesso, ancor più che nel libro della mia memoria, nelle pagine intime di un'esperienza singolare.
Volgendo i fogli dell'album rinascono i giorni che insieme abbiamo trascorso, amici miei, e l'animo ritrova i sentimenti con cui li vivemmo, li soffrimmo, li superammo.
Amico di Sand Bostel, cuccetta del primo piano, raso terra, del mio "castello", ricordi come nacque la nostra amicizia, come abbiamo coscienza di un'affinità spirituale ? Fra discussioni e confidenze sbocciarono fiori spontanei anche nell'arida sabbia del campo. Sentimmo allora profondamente come era giusto che noi  - anche noi - soffrissimo per le colpe di tutto il nostro popolo che erano anche nostre, come era vile e debole chi tentava di straniarsi da queste sofferenze; per virtù di viva esperienza acquistarono finalmente senso e valore concreto i principi per i quali avevamo lottato, le verità apprese e insegnate, la giustizia e la libertà tanto a lungo sospirate. Potè così avverarsi il miracolo più consolante, quello di cui è autore il nostro spirito quando lo illumina la grazia, per cui le cause stesse di ingiustizia e di dolore si tramutano in argomenti di conforto e di forza: nella prigionia meditammo sulla libertà, nell'inerzia dei corpi discutemmo intorno ai problemi dell'azione, nella debolezza del fisico considerammo le virtù dello spirito, della volontà, della coscienza, nella sofferenza il significato dell'amicizia, nella povertà estrema penetrammo le ricchezze dell'arte della poesia della fede.
Il carceriere che ci guardava col fucile puntato non era certo più libero di noi. Giungemmo ad aver un'infinita pietà per lui, servo di quella violenza che faceva noi liberi fra il filo spinato. Egli schiavo senza catena di un regime abbietto, noi obbedienti unicamente alla nostra volontà, risoluti nel rifiuto di una insidiosa offerta che ci prometteva ogni giorno la liberazione.

Ora quei giorni sono passati. Ancor recenti nel tempo, sono lontani nella memoria. Ogni qual volta però un incontro - sia esso un amico o un libro come questo del Tomadini - ce li richiama, non è il caso di sfuggirlo.
Se quello che abbiamo trascorso non è più che un ricordo, eterni sono i motivi che hanno ispirato il nostro atteggiamento, alimentata la nostra resistenza.
Dimenticarli equivarrebbe annullate la nostra esperienza, tradire noi stessi, il meglio di noi: che importa se altri ci compiange o sorride come di una ingenuità ? Noi sappiamo quale fu il significato di tante rinuncie. Ed il comprendere il valore della rinuncia, amici, è pienezza di vita interiore, è capacità morale, è azione.
Forse di questo c'è ancora bisogno in questa nostra Patria, tanto martoriata e tanto amata.
Forse più di questo che di tante altre cose.

Vicenza, febbraio 1946

Prefazione dell'Avv. G. Cappelletti
Editore Vicentino compagno di prigionia

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