Cerco le condizioni ideali
per rivivere per un attimo la vita, o forse meglio per riprovare il sentimento del campo.
Non certo nostalgia, ma un tantino, forse, di curiosità o meglio, amor di contrasto in
questo momento in cui son tutto preso dalla febbre di agire dopo aver per due anni, non
dico oziato, ma stagnato così come stagnava l'acqua nelle pozzanghere del lager.
Sono solo, non ho d'accanto familiari od amici, è silenzio attorno a me: quella
quiete assoluta che abbiamo tante volte agognata quando era un sogno. Ora mi mette quasi
un brivido di desolazione, ma il ricordo mi trasferisce d'incanto in un mondo popolato e
strano i cui esseri sembrano a volta a volta le larve di un alveare operoso oppure gli
spettri di una tragedia inverosimile.Sento vivo desiderio di
prender contatto con quegli esseri nei quali stento a riconoscermi, e coi loro rossi
strumenti. Li vedo intenti alle opere più naturali della vita con una serietà degna
degli atti più solenni, gelosi delle piccole cose, che neppure un bimbo povero vorrebbe
per giuoco, come di tesori, avidi di una notizia come un boccone, immersi taluni in un
ozio che pare rituale, altri irrequieti come per un'ansia incontenibile.
Tendo le orecchie e mi par di sentire i discorsi: prima quelli detti a voce più
alta, anzi i più a voce altissima, che tenta di soverchiare altre non minori. Dovrebbe
essere una discussione, ma ne esce una zuffa incomposta di toni, di aggettivi, di accuse,
di sentenze, da cui però rilevo quanto basta per capire che è il tema di ogni giorno,
quello che fu inciso a sangue nei nostri corpi stanchi.
Finalmente
quando tacciono le voci acute, le parole forti, le imprecazioni violente, ecco un sussurro
di altre voci che tessono nel fantastico paese la trama di un velo pietoso.
Giacciono i corpi, seppure non riposano ancora, e paiono, adagiati come sono nei
diversi piani dei "castelli" fila di morti nei loro colombari; di tanto in tanto
una fiammella arde acuta, debole segno di superstite vita.
E' l'ora delle confidenze: nell'ombra appena segnata il volto del compagno è più
simile al tuo di quello che non lo sian i volti di due fratelli. E fraternamente si aprono
cuori di uomini fatti duri nella guerra, aridi per la loro lontananza, aspri per la
reclusione. Si aprono e trovano parole umane, ricordi innocenti, echi di antiche
preghiere, motivi di speranze nuove. Finchè il sonno spegne ad una ad una le voci
ed i lucignoli tremolanti.
In
questa nostra vita recente e lontana ci riportano col ricordo le tavole di Tomadini, con
l'onestà semplice e pudica di chi l'ha vissuta e non vuole ingombrarne il ricordo di
retorica. Per me, questo album, nato nei campi, assume il valore di un diario: del diario
che non ho scritto: che l'inerzia la debolezza l'ansia l'irrequietezza non mi hanno
lasciato scrivere come forse avrei desiderato.
Non l'ho scritto materialmente, sulla carta, ma s'è inciso lo stesso, ancor più che
nel libro della mia memoria, nelle pagine intime di un'esperienza singolare.
Volgendo i fogli dell'album rinascono i giorni che insieme abbiamo trascorso, amici
miei, e l'animo ritrova i sentimenti con cui li vivemmo, li soffrimmo, li superammo.
Amico di Sand Bostel, cuccetta del primo piano, raso terra, del mio
"castello", ricordi come nacque la nostra amicizia, come abbiamo coscienza di
un'affinità spirituale ? Fra discussioni e confidenze sbocciarono fiori spontanei anche
nell'arida sabbia del campo. Sentimmo allora profondamente come era giusto che noi -
anche noi - soffrissimo per le colpe di tutto il nostro popolo che erano anche nostre,
come era vile e debole chi tentava di straniarsi da queste sofferenze; per virtù di viva
esperienza acquistarono finalmente senso e valore concreto i principi per i quali avevamo
lottato, le verità apprese e insegnate, la giustizia e la libertà tanto a lungo
sospirate. Potè così avverarsi il miracolo più consolante, quello di cui è autore il
nostro spirito quando lo illumina la grazia, per cui le cause stesse di ingiustizia e di
dolore si tramutano in argomenti di conforto e di forza: nella prigionia meditammo sulla
libertà, nell'inerzia dei corpi discutemmo intorno ai problemi dell'azione, nella
debolezza del fisico considerammo le virtù dello spirito, della volontà, della
coscienza, nella sofferenza il significato dell'amicizia, nella povertà estrema
penetrammo le ricchezze dell'arte della poesia della fede.
Il carceriere che ci guardava col fucile puntato non era certo più libero di noi.
Giungemmo ad aver un'infinita pietà per lui, servo di quella violenza che faceva noi
liberi fra il filo spinato. Egli schiavo senza catena di un regime abbietto, noi
obbedienti unicamente alla nostra volontà, risoluti nel rifiuto di una insidiosa offerta
che ci prometteva ogni giorno la liberazione.
Ora
quei giorni sono passati. Ancor recenti nel tempo, sono lontani nella memoria. Ogni qual
volta però un incontro - sia esso un amico o un libro come questo del Tomadini - ce li
richiama, non è il caso di sfuggirlo.
Se quello che abbiamo trascorso non è più che un ricordo, eterni sono i motivi che
hanno ispirato il nostro atteggiamento, alimentata la nostra resistenza.
Dimenticarli equivarrebbe annullate la nostra esperienza, tradire noi stessi, il
meglio di noi: che importa se altri ci compiange o sorride come di una ingenuità ? Noi
sappiamo quale fu il significato di tante rinuncie. Ed il comprendere il valore della
rinuncia, amici, è pienezza di vita interiore, è capacità morale, è azione.
Forse di questo c'è ancora bisogno in questa nostra Patria, tanto martoriata e tanto
amata.
Forse più di questo che di tante altre cose.
Vicenza, febbraio
1946 |