RICORDO DEL CAMPO
Prefazione di Don Pasa
Cappellano Militare presso il  Campo di Concentramento di Beniaminowo

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Simile ad un lungo e tremendo ciclone devastatore e sovvertitore è stata questa guerra veramente mondiale. Grazie a Dio è passata;  ma in molti tuttora lancinanti o appena rimarginate sono le ferite, e nella memoria d'altri, usciti salvi nella carne e nello spirito, l'immane tragedia séguita ad echeggiare come il fragore del mare nella cavità d'una conchiglia. Tuttavia già le menti e i cuori, già le energie fisiche e morali sono volte, già stanno indirizzandosi alla ricostruzione; dalla guerra siamo passati al dopoguerra, e l'ardore di opere non è più per la difesa, per la liberazione, per il termine di una vicenda immane, bensì per l'avvenire. Così fatta è l'umanità in generale che non c'è dolore superato, non c'è male, non c'è prova, non c'è affanno che col tempo non impallidisca nel ricordo, non si dimentichi.Tutto scivola nel novero del passato, tutto finisce col rivivere a tratti appena nella memoria. Guai se così non fosse; guai se un dolore sofferto vivesse nel pensiero in modo insuperabile! Sarebbe la paralisi di ogni nostra energia, sarebbe il soffocamento, in germe, d'ogni naturale speranza, sarebbe l'inferno in terra. C'è in generale più facilità a dimenticare che a ricordare, cìè più disposizione all'oblio che al culto del passato non indegno di rimembranza. Ma se è male fissarsi nel dolore sterile e già scontato, altrettanto è male non ritornare più, con mente e cuore, sulle pene sofferte. A parte che dalla meditazione del passato si tragga non di rado saggio ammaestramento, talvolta ricordare il tempo che fu è rendere un atto di giustizia, è un dovere sacro.

L'armistizio dell'Italia, mandato a monte dal tedesco, ha segnato lo smembramento dell'esercito. La parte fortunata dei nostri soldati potè raggiungere le forze legittime ed in breve affiancarsi ad esse nella lotta per la liberazione; la parte traviata s'è messa col nemico occupatore; la parte avventurosa s'è eclissata dandosi alla montagna; la parte saliente dei disorientati, cioè di coloro cui era preclusa ogni via di scampo, finì deportata. Se i fortunati ebbero ancora la gioia di combattere al fronte per la difesa del focolare domestico; se gli avventurosi costituirono nell'interno un'armata mobile ed ebbero coscienza d'agire e operare per lo stesso fine; se sugli opportunisti calò unanime il disprezzo, ai disorientati, agli impotenti contro volontà e merito non rimase che l'esistenza grigia e passiva degli esiliati. L'epopea oggi è solo per coloro che operarono nell'interno della Patria occupata, con una lotta senza quartiere e poche armi che non fossero l'indomito coraggio, lo sprezzo della propria vita; l'epopea oggi è solo per quelli che, combattendo al fronte, si guadagnarono la stima e la riconoscenza degli alleati; ma questo non è giusto. Non hanno, i deportati, compiuto continui e brillanti atti di eroismo come i loro compagni dei due diversi fronti, eppure anche ad essi devono andare i sentimenti d'ammirazione e di riconoscenza.  Quasi tutti, là bella prigionia, risposero di no alle lusinghe perchè impugnassero le armi a fianco del tedesco con la promessa di rientrare in patria. Dissero di no a moltissimi, sapendo di sacrificare in tal modo la loro esistenza, di finire presto in terra straniera e nemica; e finire per fame, per patimenti, senza lo sguardo d'una persona diletta, senza la benedizione della mamma, senza l'assistenza della sposa. Eroico è il sacrificio di colui che si butta nella mischia sapendo di non più uscirne, ma non è meno il eroico il sacrificio di colui che si immola senza luce d'erosimo, scegliendosi l'agonia lenta e desolata d'un povero animale solitario. Là negl'innumerevoli campi di concentramento, tanti e tanti nostri soldati hanno contato i venti e più mesi di prigionia giorno per giorno, ora per ora,   minuto per minuto: il che significa che ogni ora, ogni minuto lo hanno coscientemente sofferto. Tanti e tanti nostri soldati, deportati come bestiame, e peggio che bestiame trattai; ridotti in breve a degli spettri per la denutrizione; non pochi finiti di stenti, non pochi per maltrattamenti, non pochi uccisi dall'umiliazione continua e insopportabile, non pochi ammazzati come cani rognosi mentr'erano anime elette e tempre d'acciaio, hanno tenuto alto, non solo nel sacrario del loro spirito, il nome della patria. Il pensiero della famiglia e della patria è stato quello che li ha sorretti negl'interminabili mesi di segregazione; la luce di Dio è stata quella che ha loro infuso coraggio e speranza quando famiglia e patria non appariva più ormai che un vano sperare. Come può essere dimenticato il sacrificio di una tale massa di anime ben vive, di una prate così provata e tenace della nostra gioventù in grigioverde ?

Nel campo di Beniaminowo, mentre scrivevo il diario che fra breve darò alle stampe dedicandolo a tutti i miei cari compagni fdi prigionia, ho conosciuto un pittore ed un editore. Appartenevano alla mia stessa baracca e la mia qualità di cappellano militare me li fece entrare subito in dimestichezza. Erano essi il capitano cividalese Marcello Tomadini, parente di quel famoso mons. Toamdini che tanto onorò il Friuli, e l'avvocato Guglielmo Cappelletti, di Vicenza. Poichè il Tomadini disegnava quanto più poteva, lo indussi a coordinare a un fine nobile e prestabilito la sua diuturna attività. Ritraesse egli scene e tipi della nostra amara esistenza di prigionieri, però si fissasse di comporre un album da pubblicare qaundo avessimo avuto la felice sorte (se l'avessimo avuta) di rientrare vivi in patria: l'editore Cappelletti avrebbe docuto curarne la pubblicazione. Cappelleti, difatti, acconsentì entusiasta, e dal momento di quella felice intesa il Toamdini lavorò per questo unico scopo, e noi due lo assistemmo con il nostri altrettanto preciso intento: cioè d'avere un'opera facile e commovente da presentare alla memoria degli italiani rimasti in patria; l'editore di ccoperare, con la pubblicazione, a un ricordo che sarebbe stato un documento del nostro lungo calvario.

L'album ora è qui. Chiaro di disegno e di pensiero, accessibile alla mentalità di tutti. Venga accolto con animo grato; venga conservato fra i più cari ricordi; venga aperto ogni qualvolta ricorre, nelle nostre conversazioni, il nome di un giovane morto in prigionia; ogni qualvolta si discorre del tempo e degli eroismi che portarona alla liberazione della nostra patria.

Non i soli combattenti al fronte, nelle retrovie, sulle montagne sono degni di menzione, ricordatelo sempre !

Venezia, febbraio 1946.

Prefazione di Don Pasa
Cappellano Militare presso il  Campo di Concentramento di Beniaminowo

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